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Rischio burnout insegnante: come prevenirlo

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Rischio burnout insegnante: come prevenirlo
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Attraverso un passo di Camus comprendiamo cosa serve davvero al docente per prevenire la sindrome del burnout

La professione dell'insegnante, ormai lo sappiamo, è tra le più esposte alla sindrome del burnout. La domanda a cui proveremo a rispondere in questo articolo è dunque come possiamo prenderci di cura di chi si prende cura dei nostri ragazzi feriti? Come possiamo evitare che sempre più insegnanti finiscano schiacciati dal peso lacerante del burnout?

Vi propongo una via inaspettata, che non troverete nei manuali di psicologia, ma in un capolavoro della letteratura che durante la recente pandemia ha ricoperto una nuova giovinezza. Mi riferisco a La peste di Albert Camus.

CAMUS CONTRO IL BURNOUT DELL'INSEGNANTE

Il romanzo è ambientato in un tempo imprecisato nella città di Orano, una città laboriosa e performante. Qui Camus sembra già metterci in guardia: a Orano occorre avere "una salute di ferro", la vita come la morte è scomoda e "un malato si sente davvero solo". La città viene invasa da una legione di topi morenti portatori della peste. Di lì a poco a morire saranno gli uomini, le donne e i bambini.

Protagonista principale della storia è il Dr. Rieux. Il medico del paese che con empatia, dolcezza ed un impegno estenuante si prenderà cura di centinaia di malati. Ma in che modo questo romanzo senza tempo ci può aiutare a non precipitare nel buio profondo del burnout?

COSA SERVE DAVVERO?

C'è un passaggio delicatissimo verso la fine della storia in cui Camus mette in scena un dialogo inaspettato tra il dr. Rieux e il signor Tarrou: un volontario che durante quei mesi durissimi ha affiancato il medico nella cura dei dei sofferenti. Tarrou chiede a Rieux: «Lei mi considera un amico?»

La domanda del volontario sembra squarciare le tenebre che i due stavano affrontando insieme. È una domanda che custodisce già dentro di sé una risposta, forse la risposta che più di tutte ci dice come prevenire i fantasmi del burnout: il peso della cura, a lungo andare, diventa insostenibile anche per l'insegnante, l'educatore, il medico e l'infermiere più motivato.

La cura ha bisogno dell'amicizia: un'amicizia in grado di con-dividere i dolori ma anche le piccole grandi gioie dell'educare. Troppi insegnanti, per la mia esperienza di consulente e formatore, attraversano in solitudine i corridoi delle proprie scuole. Troppi insegnanti lottano in solitudine, non una solitudine fisica ma una solitudine emotiva. È la solitudine amara del sentirsi soli in mezzo agli altri.

Ma è possibile costruire ponti di amicizia in una scuola (ma dovremmo dire una società) troppo spesso avvelenata da invidia, narcisismo, individualismo e ipercompetitività? Sentite la risposta di Rieux:

«Sa cosa dovremmo fare per la nostra amicizia?
Fare un bagno.
(…) Un uomo deve battersi per le vittime, certo.
Se però smette di amare a che serve che si batta?»

Davanti a loro, ci ricorda Camus, la notte era senza limiti. Sotto un cielo stellato si tuffarono insieme.

«Per qualche istante la peste si era dimenticata di loro».

È questa l'unica cura per chi ogni giorno si prende cura delle ferite nello sguardo dei bambini e dei ragazzi di oggi. Camus va oltre la fredda collaborazione che finora i due avevano già messo insieme. Camus riscalda il tecnicismo della collaborazione col dolce sorriso dell'amicizia. Il miracolo della cura, anche a scuola, ha bisogno del miracolo dell'amicizia.

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