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Prevenzione femminicidio, l’educazione emotiva a scuola

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Prevenzione femminicidio, l’educazione emotiva a scuola
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Che cosa può fare la scuola per la prevenzione dei femminicidi? Insegnare l'educazione emotiva. Stefano Rossi, psicopedagogista scolastico, spiega come fare e perché è importante

L'84% delle donne vittime di femminicidio conosceva il suo assassino. Nel 57,8% dei casi, si tratta del partner o dell'ex. I dati Istat relativi al 2020 raccontano che il numero complessivo di omicidi con  vittime femminili è stabile da circa 20 anni, ma è in costante aumento la violenza estrema da parte del compagno o del parente o dell'amico.

Segno che il modello culturale che potremmo definire patriarcale/machista, che vede la donna come sottomessa e proprietà del partner che per questo non accetta la fine di una relazione, non soltanto non è stata archiviata tra i ricordi (sgradevoli) del passato ma è attuale più che mai. Un dato di fatto che stride con il progredire della società verso la parità di genere. Un'emergenza, prima di tutto, culturale. Per questo nei commenti ai fatti drammatici degli ultimi giorni prevale sempre l'appello all'educazione. E alla scuola prima di tutto. Ma cosa possiamo fare in classe per prevenire il femminicidio? Molto, sostiene Stefano Rossi, psicopedagogista tra i più noti in Italia.

Violenza fredda e violenza calda

“Secondo me il primo tema da focalizzare è che cos'è la violenza -spiega Rossi-. Per poterla prevenire, dobbiamo comprendere che esistono due tipi di violenza. La prima io la chiamo la violenza fredda. È la violenza di un cuore anaffettivo, la violenza di ragazzi ma soprattutto uomini che non sentendo il loro sentire non sentono il sentire dell'altro. E questa è una prima tipologia di violenza dove rientra chiaramente la cosiddetta triade oscura che in ambito psichiatrico comprende il macchiavellismo, la sociopatia e il narcisismo. Di contro, c'è una violenza altrettanto distruttiva ma radicalmente opposta che è la violenza calda, bollente. È quel tipo di violenza in cui è più facile incappare perchè è dovuta alla difficoltà della regolazione emotiva, quindi alla perdita del controllo sulle emozioni. La rabbia si trasforma in furia e la violenza impulsiva nei fatti crea altrettante ferite, altrettanta sofferenza”.

Scuola e famiglia insieme contro la violenza

La scuola è chiamata in causa da tutti e chiaramente ha un ruolo fondamentale. Ma da sola? Chi altri dovrebbe fare la sua parte? “Tu sai qual è il mio sogno, quello di riuscire a ricucire il cielo spezzato tra scuola e famiglia -risponde Stefano Rossi-. Chiaramente con un tema così delicato non si può non lavorare nella stessa direzione. E qual è questa direzione? È fondamentalmente l'educazione all'empatia, l'educazione emotiva.

Per quanto riguarda la famiglia bisogna essere molto chiari. Gli americani come al solito lo dicono in maniera molto asciutta, children see children do, i bambini diventano quello che vedono. Se tu hai un padre che fa il bullo dalla mattina alla sera, ha esplosioni d'ira, impreca in maniera violenta quando guarda una partita o quando è in auto nel traffico, è chiaro che il messaggio che arriva al bambino a livello di esempio è più forte di qualunque parola.

Però da questo punto di vista possiamo dire che tutti gli educatori, compresi gli educatori scolastici, extrafamiliari, hanno un ruolo non marginale nel mostrare che si può essere uomini anche con l'empatia, la gentilezza, la cordialità, la solidarietà, la gratitudine, l'ascolto. Perchè questo tipo di mascolinità è una mascolinità non tossica, emotivamente intelligente, in grado di prevenire la violenza anche solo con la propria testimonianza”.

Educazione emotiva per prevenire

Che cosa significa concretamente educazione emotiva? Che cosa si può fare in classe? “Rispetto alla violenza calda si tratta di «sfruttare», passami questo termine improprio, le crisi emotive e comportamentali, quelli che io definisco comportamenti tempesta di bambini e ragazzi, per insegnare loro la regolazione emotiva. In Mio figlio è un casino (Feltrinelli editore) spiego che il nostro cervello è come un bellissimo veliero, dove ci sono due macro-componenenti: il timoniere del cervello che pensa e le grandi vele del cervello che sente. Noi sappiamo che il timoniere degli adolescenti, la corteccia frontale, si sviluppa in maniera completa solo dopo i 20 anni. Questo fa sì che gli adolescenti, che hanno un'effervescenza emotiva importante, spesso facciano fatica a regolare le loro emozioni.

Qual è l'elemento di prevenzione della violenza? Se cerchiamo di controllare le loro crisi emotive utilizzando un codice ancora più aggressivo del loro, cioè urlando più forte dell'adolescente che urla, peggioriamo le cose. Questo è il modo migliore, seppur umanamente comprensibile a volte, per insegnare la de-regolazione emotiva! Quello che dovremmo fare in questi casi, come spiego meglio nel testo, è agire come un porto sicuro, anche se non sempre si ha la lucidità di farlo a scuola e in famiglia”.

Insegnare a parlarsi con la mano sul cuore

Come possiamo concretamente diventare un porto sicuro per i nostri alunni? “Il porto sicuro è non-reattivo -spiega Rossi- cioè non reagisce di pancia all'esplosione d'ira del ragazzo ma sa essere al contempo autorevole e amorevole. Nel mio lavoro io introduco lo strumento secondo me fondamentale delle metafore per la regolazione emotiva. In casi come questo, dopo aver messo un argine non contro-aggressivo all'esplosione d'ira del ragazzo, sarebbe importante spiegare in classe a tutti i ragazzi che quando si è molto arrabbiati tendiamo ad avere una comunicazione dito puntato. La comunicazione dito puntato inizia con l'offesa, con l'accusa, e nei casi peggiori tracima nella violenza, nella rottura degli oggetti, nell'aggressività, negli spintoni e così via.

Quando ci rendiamo conto che stiamo utilizzando una comunicazione dito puntato la metafora regolativa che aiuta il timoniere a riprendere il controllo delle vele è la mano sul cuore. Noi dovremmo insegnare ai nostri ragazzi, dopo che si sono arrabbiati, a mettersi una mano sul cuore, a cercare di sentire quale ferita c'è sotto la rabbia. Dobbiamo iniziare a capire che la rabbia è un'emozione arcaica che spesso nasconde una tristezza, un dolore, una ferita.

La comunicazione mano sul cuore significa: hai perso il controllo delle tue emozioni? Ti sei molto arrabbiato? Ok. Per imparare a controllare il vulcano della tua rabbia devi metterti una mano sul cuore e magari provare a capire: come ti ha fatto sentire il tuo compagno? Ti sei sentito triste? Deriso? Deluso? Escluso? Preso in giro? Non ascoltato? Frustrato? Non all'altezza? E allora con questa mano sul cuore bisogna imparare a parlarsi. A posteriori, dopo lo scatto di ira: perché all'inizio per i ragazzi e i bambini non è un passaggio immediato, non lo è neanche per noi adulti. Però bisogna iniziare progressivamente a comunicare in  questo modo.

La comunicazione mano sul cuore, lo sappiamo oggi a livello neuro-scientifico, crea un'integrazione tra il cervello che pensa e il cervello che sente. La nota positiva per insegnanti e genitori è che fino a 21-22 anni il cervello, che comunque rimane plastico per tutta la vita, è ancora maggiormente plastico, modificabile. Per questo è importante mettere in atto queste strategie che sono esperienze emotive correttive”.

Insegnare a sentire il proprio sentire

“Per quanto riguarda invece l'altro lato della violenza, la violenza fredda, che fondamentalmente rientra nello schema interpretativo della crudeltà, del narcisismo, della manipolazione, dell'opportunismo maligno, allora l'unica forma di educazione possibile è sempre quella empatica nella misura in cui dovremmo insegnare a bambini e ragazzi a sentire il loro sentire -spiega ancora Rossi-.

Per esempio, se un bambino o un  ragazzino ha ferito il proprio compagno, solitamente il docente fa un intervento testa a testa: ti dico perché hai sbagliato e ti punisco. Questo tipo di comunicazione io la chiamo una comunicazione in uniforme: è una comunicazione giusta, legittima, ma il cuore non vibra.

Dovremmo usare invece una comunicazione cuore a cuore: prova adesso a metterti in silenzio e prova a portare il tuo sguardo sugli occhi del tuo compagno ferito. Gli occhi non sono soltanto la finestra dell'anima come si dice, ma ci permettono di sintonizzarci almeno in parte sul sentire dell'altro. Che cosa pensi possa aver provato?

Oppure un'altra attività potrebbe essere questa: in classe, dopo un episodio di bullismo, chiedere a tutti gli studenti di prendere un foglio e descrivere per iscritto quella volta in cui in maniera simile o anche lontanamente simile al compagno vittima anche loro sono stati derisi, esclusi, mortificati. I bambini o i ragazzi devono descrivere il fatto (cosa è successo), i pensieri (cosa hanno pensato) ma soprattutto, ecco l'educazione a sentire il proprio sentire, cosa hanno provato.

E allora questa attività può procedere sfidando i ragazzi a entrare mentalmente in questo ricordo, sostare in questo ricordo e poi chiedere loro se c'è un  coraggioso che voglia raccontare a tutti come si è sentito. Ecco che il coraggio non è il coraggio dei pugni ma il coraggio di condividere le proprie emozioni. In questo modo si evita il meccanismo di iper protezione della vittima che a sua volta potrebbe creare un bullismo di ritorno quando il docente non è presente, e si «sfrutta», si utilizza un episodio di bullismo per invitare tutti gli studenti, bullo compreso, a sentire il proprio sentire”.

Educazione emotiva per scardinare il modello di maschio tossico

I dati e gli ultimi agghiaccianti episodi di cronaca dimostrano che il modello patriarcale/maschilista è ancora molto, molto diffuso, nonostante gli sforzi, prima di tutto della scuola, per incamminarsi verso la parità di genere. Perchè? “Quella che tu definisci cultura maschilista è comunque figlia di un'educazione emotiva che ancora oggi culturalmente è poco attenta alla parità di genere e fondamentalmente rimane intrappolata in quegli stereotipi che sono gabbie invisibili che portano pian piano i bambini, i ragazzi e gli adulti a capire cosa possono e non possono pensare, sentire e fare. Questo schema culturale, come ogni schema, resiste al cambiamento o tenta di resistere al cambiamento. Il lavoro sull'educazione emotiva ha proprio l'obiettivo, un passo dopo l'altro, di  scardinare tutti i pregiudizi che alimentano questa cultura del maschio tossico, emotivamente analfabeta, aggressivo, su cui c'è ancora tanto da fare”.

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