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Didattica personalizzata: la scuola senza classi di Trento

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Una scuola a Trento ha realizzato la didattica personalizzata per ciascun alunno

Una didattica personalizzata per ciascun alunno, diciamocelo francamente, è un sogno impossibile: le direttive ministeriali la richiedono ma quando un docente si trova di fronte una classe di 25 bambini o ragazzi, ciascuno dei quali con una differente modalità di apprendimento e diverse difficoltà, inevitabilmente cade preda dello sconforto. A Trento c'è una scuola, però, che questo sogno è riuscita a realizzarlo. Per farlo, ha dovuto cambiare radicalmente l'intero sistema.

Una didattica personalizzata per ciascun alunno, diciamocelo francamente, è un sogno impossibile: le direttive ministeriali la richiedono ma quando un docente si trova di fronte una classe di 25 bambini o ragazzi, ciascuno dei quali con una differente modalità di apprendimento e diverse difficoltà, inevitabilmente cade preda dello sconforto. A Trento c'è una scuola, però, che questo sogno è riuscita a realizzarlo. Per farlo, ha dovuto cambiare radicalmente l'intero sistema.

A partire dal 2007, l’Istituto Pavoniano Artigianelli per le Arti Grafiche di Trento, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università degli Studi di Trento, ha creato un modello del tutto inedito: la scuola senza classi, e per questo è stata selezionata da Ashoka tra le scuole più innovative d'Italia. Erik Gadotti, preside dell'Artigianelli, è determinato: «Nel nostro Paese ai docenti viene chiesto troppo: devono realizzare l'inclusione, la personalizzazione della didattica, utilizzare metodologie innovative, devono anche essere psicologi... Non ce la possono fare e pertanto sono spesso frustrati e poco sereni. Bisogna cambiare la prospettiva: deve essere il sistema a prendersi a cuore il percorso del ragazzo in modo che l'insegnante possa fare il proprio lavoro con serenità».

Un'idea nata per aiutare gli autistici

L'idea è nata da un progetto di ricerca che aveva inizialmente lo scopo di ripensare nuove modalità per l’integrazione dei ragazzi con disabilità nella scuola superiore, con particolare attenzione ai ragazzi affetti da disturbo dello spettro autistico. Ritrovarsi in piena adolescenza con un insegnante di sostegno al proprio fianco è molto pesante per questi alunni che spesso reagiscono con comportamenti inappropriati. Inserire gli alunni con bisogni educativi speciali in gruppi nei quali i compagni sono più competenti genera frustrazione e disagio e spesso porta ad una dipendenza emotiva dalla figura che li supporta. Il contesto inoltre mette continuamente in evidenza le loro difficoltà e la loro inadeguatezza. E allora la soluzione ideata dall'istituto Artigianelli è stata quella di ristrutturare l'intero impianto didattico, superando la tradizionale suddivisione del sapere in discipline ed eliminando le classi, per permettere agli allievi di interagire in contesti di apprendimento che valorizzino le potenzialità di ognuno.

Una didattica organizzata per corsi

Sul modello dell'università, la scuola di Trento offre 62 corsi, unità didattiche che sviluppano specifiche competenze. In sostanza, ogni materia di studio è stata suddivisa in diversi corsi. Ci sono corsi “base”, che forniscono le competenze assolutamente necessarie. Ci sono corsi “intermedi”, che forniscono le competenze standard previste per ottenere le diverse certificazioni. E ci sono corsi “superiori” che invece vanno oltre il tradizionale programma, per offrire spunti in più a chi fosse particolarmente interessato o versato in quel campo. Altri corsi sono organizzati per sviluppare le competenze legate alla creatività, all’innovazione e al problem solving. Altri ancora, sono pensati per sviluppare le soft skills o favorire l’imprenditorialità. Un'offerta ricchissima, dunque, all'interno della quale lo studente si muove in maniera autonoma, costruendo il proprio, specifico e unico percorso di studi, diverso da quello di tutti gli altri.

Abolire la disabilità

La vostra sperimentazione è nata proprio per andare incontro ai ragazzi che avevano disturbi nello spettro autistico. Per loro ha funzionato?
«Sì funziona anche se bisogna fare ancora tantissimi passi -risponde Erik Gadotti-. In realtà funziona molto bene per le disabilità in generale, perché con questo modello si supera il concetto stesso di disabilità. Noi riteniamo che ogni ragazzo abbia il diritto di essere messo nel percorso in cui riesce e nel quale può sperimentare il successo. Nella scuola tradizionale questo non sempre avviene perché gli alunni sono inseriti in percorsi standardizzati. Se uno studente ha qualche difficoltà non sempre riesce a stare al passo. Le figure di supporto se da una parte possono essere utili per recuperare, dall'altra rendono evidente la difficoltà rispetto ai compagni. Invece il nostro modello è stato pensato proprio per valorizzare le risorse di ogni singolo studente. Se un ragazzo è autistico, ha un curriculum costruito per valorizzare le sue potenzialità: vi saranno inseriti i moduli nei quali può raggiungere il successo formativo. Rimane autistico, ma non è più un disabile. Il monitoraggio dell'esperienza ha dimostrato che questo approccio ha effetti positivi: riduce i comportamenti oppositivi, rafforza l'autostima, sostiene la motivazione, migliora anche la relazione con gli altri».
Perché risulta più una relazione tra pari...
«Esatto, tra persone che sono ugualmente competenti in cose differenti».

Un exploit nel successo formativo

Come riuscite a garantire l'apprendimento dei “fondamentali”?

«È un tema importantissimo. Nella scuola ci sono molte materie che gli alunni devono frequentare. Tuttavia se un ragazzo è debole in quelle competenze cognitive che servono per garantire un apprendimento efficace, frequentare tutte le materie risulta inutile e spesso controproducente. Mi spiego meglio: se uno studente ha difficoltà nella comprensione del testo, tutte le materie che richiedono questa competenza lo metteranno in crisi. Nel nostro modello cerchiamo di rafforzare molto le competenze di base nei primi anni. Riteniamo importante prima di tutto che uno studente abbia delle solide basi nella lettura, comprensione e produzione scritta, nella matematica, nell'inglese e in flussografica, la materia alla base del processo grafico. Questi corsi fondamentali ci sono tutti gli anni e sono obbligatori. Se però un ragazzo è debole nella scrittura e nella comprensione, aumentiamo i corsi che sviluppano queste competenze sospendendo momentaneamente altri corsi che saranno recuperati successivamente. Alla fine del percorso le competenze sono molto più alte rispetto a quelle che si ottengono con un percorso tradizionale. Abbiamo migliorato notevolmente il succeso formativo. Tutti i nostri alunni raggiungono la maturità (98%), e il 50% va all'università. Sono orgoglioso perché la nostra è una scuola professionale che è spesso pensata come un percorso di minor qualità rispetto ai licei e agli istituti tecnici. E invece abbiamo 250 richieste per 60 posti ogni anno».

Meno ansia nei ragazzi

E i ragazzi? Sono cambiati?

«Possiamo dire che diventano più maturi, più capaci di scegliere. In questi ultimi anni abbiamo lavorato molto su un altro tema: il benessere psicologico degli studenti. Purtroppo dopo il Covid abbiamo assistito a un aumento di patologie come l'ansia, la depressione, gli attacchi di panico. Abbiamo pertanto introdotto corsi strutturati per favorire il benessere: mindfulness, musicoterapia, arteterapia, il bar gestito in maniera terapeutica. Introduciamo questi corsi per un tempo limitato nell'anno, quanto basta per stare meglio. Solo se un ragazzo sta bene psicologicamente può utilizzare efficacemente il proprio potenziale cognitivo. L'introduzione sistematica della mindfulness ad esempio ha dato un importante contributo, è una pratica che piace molto. Gli studenti sono estremamente sensibili e molto interessati ad approfondire la conoscenza di se stessi. Ormai comunque è assodato che la mindfulness ha effetti positivi sulla riduzione dello stress e la gestione delle emozioni».

Addio alla classe

Si parla tanto di una generazione fragile, che ha molto bisogno dell'approvazione degli altri, del sostegno del gruppo. Questo invece è un modello in cui ogni ragazzo fa un percorso individuale. L'addio alla classe non ha creato problemi?
«Noi pensiamo sempre al modello basato sulla classe omogenea solamente perché da più di 100 anni il sistema scolastico è impostato in questo modo. Tuttavia ci dimentichiamo che il modello è nato in un periodo storico profondamente diverso da quello attuale. Al tempo della riforma Gentile c'era bisogno di formare grandi masse di persone in breve tempo e il paradigma cui si faceva riferimento era il modello taylorista. Oggi sono cambiate le esigenze della società: è importante valorizzare il potenziale di ogni persona per permettere ad ognuno di dare il proprio contributo. La classe omogenea deve essere superata da un modello più rispettoso delle differenze individuali. Le neuroscienze dimostrano che non vi è uno sviluppo omogeneo di tutte le funzioni cognitive: c'è chi sviluppa un po' prima le competenze linguistiche, chi le competenze matematiche, chi le competenze creative le lascia per un momento in sospeso e così via... L'evoluzione del cervello umano non è uguale per tutti. Anche per le relazioni il gruppo classe non è significativo. Se pensiamo alla nostra esperienza scolastica non ricordiamo la classe ma quel gruppettino di amici con il quale abbiamo condiviso maggiormente le nostre esperienze. Nella classe sono invece molto presenti dinamiche negative difficili da scardinare per alcuni. Pensiamo al bullismo. Cambiare gruppi di apprendimento contribuisce a disinnescare queste dinamiche».

Possono farlo tutte le scuole

Come l'hanno presa i docenti?
«Vorrei ringraziare tutti i docenti che ci hanno creduto. Non è stato facile perché il paradigma sul quale si basa la scuola tradizionale ci influenza molto. È stato un cammino lungo che ha dovuto affrontare molti problemi di tipo teorico, organizzativo, didattico. Ma forse la difficoltà più grande è stato cambiare le nostre convinzioni. Questo tipo di cambiamento non può essere imposto ma va guidato e co-costruito con tutta la comunità scolastica. Noi abbiamo inoltre pagato il prezzo di chi per primo deve sperimentare. Ripenso ad esempio agli scrutini che abbiamo dovuto ripensare con nuove modalità. All’inizio dovevamo cambiare la composizione del consiglio di classe per ogni ragazzo e questo creava moltissimi problemi. Ma ora siamo organizzati, andiamo in ordine alfabetico, abbiamo automatizzato tanti processi e poi utilizziamo incontri online. Abbiamo dovuto anche costruire un registro elettronico che permettesse di costruire i gruppi in modo estremamente flessibile. Il modello che abbiamo creato ora può essere applicato in tutte le scuole dalle medie alle superiori, per qualsiasi indirizzo. Abbiamo utilizzato gli strumenti già a disposizione delle scuole e presenti nella normativa attuale. È un sistema che permette di realizzare una didattica personalizzata per ogni studente senza chiedere agli insegnanti di fare cose impossibili. Io penso che la scuola non debba avere bisogno per funzionare di eroi ma di tanti docenti appassionati che con professionalità e serenità lavorino in un sistema efficace».

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