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La scuola per l’Europa di Parma e il sogno di un’identità comune

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La scuola per l'Europa di Parma si distingue come un modello educativo unico: studentesse e studenti di 44 nazionalità diverse si preparano verso un'identità europea unica

Una scuola che insegna a diventare europei. Una scuola che mescola lingue, provenienze e culture diverse per liberare dai pregiudizi e portare gli allievi alla coscienza di una civiltà comune. “Partecipando agli stessi giochi, raggruppati in corsi comuni, ragazzi e ragazze delle diverse lingue e nazionalità impareranno a conoscersi, a stimarsi, a vivere insieme (...). Pur conservando l’amore e la fierezza della loro patria, diventeranno, spiritualmente, europei, pronti a compiere e a consolidare l’opera intrapresa dai loro padri per l’avvento di un’Europa unita e prospera”. Questo il sogno di Jeanne Monnet, tra i padri fondatori dell'Unione Europea. Le sue parole ispirate sono scritte su una pergamena che è stata murata nella prima pietra di ciascuna delle scuole europee fondate finora. Una di queste sorge a Parma.

La Scuola per l’Europa di Parma è una scuola italiana ad ordinamento speciale, associata al sistema delle Scuole Europee di cui adotta gli ordinamenti, i programmi, il modello didattico e il modello amministrativo. Premiata da Ashoka tra le scuole più innovative d'Italia, è nata nel 2004 per accogliere i figli dei funzionari dell'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). È attualmente frequentata da circa 800 alunni suddivisi in tre sezioni linguistiche (anglofona, francofona e italiana) ed è un istituto onnicomprensivo: accompagna gli studenti dai quattro fino ai 17anni.

«Quando è stato stabilito che la Efsa avrebbe avuto sede a Parma, l'accordo ha previsto che ci fosse una scuola per i figli del personale -racconta la Preside, Roberta Fantinato-. Noi abbiamo tre sezioni linguistiche: anglofona, francofona e italofona, però i figli dei dipendenti di Efsa possono studiare la loro lingua madre anche se non c'è la sezione linguistica corrispondente, fin dalla materna. Al termine dei tre cicli di studi conseguono il baccalaureato europeo, un diploma di scuola secondaria che è stato riconosciuto da tutti gli Stati europei e anche negli Stati Uniti e in Canada, un anno prima rispetto a quando i loro compagni italiani conseguono la maturità. L'Italia è l'ultimo Paese che ancora prevede cinque anni di superiori».

Attualmente, solo 200 alunni sono figli di dipendenti Efsa. La scuola ha stipulato accordi anche con imprese italiane, e in aggiunta vi si iscrivono anche bambini residenti a Parma o nei dintorni. L'offerta linguistica è davvero straordinaria, perché oltre a garantire l'insegnamento della lingua madre per tutti e di una seconda lingua (inglese, francese o tedesco), c'è un'ampia offerta di lingue aggiuntive tra cui scegliere: olandese, spagnolo, portoghese, greco, italiano, francese, inglese e tedesco. L'impostazione però è molto diversa da quella di una scuola internazionale tradizionale.

«Per essere ammessi alla scuola -spiega la dirigente- i bambini devono fare un colloquio che ha lo scopo di verificare qual è la loro lingua dominante, perché le scuole europee sono nate per valorizzare la propria lingua madre e su questa creare una formazione multidisciplinare e multilinguistica. Quindi se sei italiano devi partire dall'italiano e su questo costruire il tuo percorso linguistico. Questo punto non viene sempre compreso, perché magari i genitori immaginano di poter mandare il prorio figlio nella sezione anglofona, ma se è italiano andrà nella sezione italiana».

La Scuola per l'Europa di Parma è uno straordinario melting pot con 44 nazionalità diverse e anche contesti di provenienza molto diversi. Osserva Roberta Fantinato: «Un miscuglio molto stimolante ma anche complesso: è una realtà in cui le tensioni internazionali a volte possono ripercuotersi».

Mi può fare qualche esempio?
«Quando è esploso purtroppo il conflitto tra Russia e Ucraina in alcune classi in cui magari avevamo ragazzi con posizioni diverse anche per la loro provenienza geografica, i docenti hanno dovuto chiarire, mediare, spiegare. Hanno svolto interventi educativi mirati. E anche l'emergenza Covid ha reso le cose più difficili».

Perché?
«Dopo la pandemia notiamo due cose: innanzitutto una fragilità maggiore dei ragazzi, una difficoltà a comunicare in maniera sana. Il fatto che ci sia sempre l'intermediazione di un social, rende più difficile la comunicazione aperta, chiara. Dobbiamo intervenire molte volte per mediare difficoltà comunicative, è come se questi ragazzi non si rendessero conto che scrivere dietro a uno schermo non ti esime dall'essere responsabile per quello che scrivi. Dall'altra parte abbiamo notato che anche la genitorialità sta diventando un po' più fragile. Noi abbiamo una collaborazione importante con il Centro Universitario per la Cooperazione Internazionale di Parma (CUCI). Lavorano con noi psicologi specializzati nei mondi interculturali. Sono una grande sponda per dialogare con i ragazzi che hanno bisogno, per supportare le famiglie, per supportare i docenti, per supportare noi dello staff perché ogni tanto ci troviamo di fronte a situazioni nuove sulle quali abbiamo bisogno di un confronto».

Avete notato un aumento dell'ansia, delle crisi di panico?
«Sì e no, perché questa scuola lavora molto sulle competenze -risponde la preside-. I ragazzi escono con un bagaglio culturale un poco più leggero ma si lavora molto sulle competenze anche trasversali, come il lavorare insieme, la cooperazione. Non sto affatto dicendo che è una scuola più facile: arrivi al baccalaureato che conosci da tre a cinque lingue, alcune materie le fai in lingua, quindi è una scuola che richiede molto, però non abbiamo notato un aumento di casi di ansia e crisi di panico. Notiamo più che altro una difficoltà di comunicazione tra di loro, modalità di comunicazione non corrette, una sorta di malessere e aggressività. E lo notiamo anche negli adulti».

Mi parlava di fragilità anche nelle famiglie, in che senso?
«Nel senso che c'è una difficoltà a gestire la richiesta di attenzione e ascolto da parte dei ragazzi. Non è semplice, lo capisco. Noi abbiamo una popolazione mutinazionale quindi a volte si tratta di famiglie che sono qui da sole, non hanno supporto, è tutto più faticoso. Per fortuna c'è anche l'associazione dei genitori che lavora su questo. La nostra comunque è una realtà privilegiata, perché la maggior parte delle famiglie sono attente, lavorano con noi sulla stessa linea educativa, però anche in una realtà in qualche modo privilegiata, in una città piccola molto attenta ai giovani, cominciano a notarsi delle crepe».

In che cosa il vostro approccio didattico può essere definito diverso rispetto a un percorso scolastico standard?
«È una modalità di apprendimento veramente per scoperta, cooperativa e collaborativa, già dalla materna e dalla primaria. Quindi i docenti devono fare un lavoro molto attento di pianificazione delle attività, la lezione frontale è residuale -risponde Roberta Fantinato-. A partire dal terzo anno della primaria c'è addirittura una materia che si chiama proprio Scoperta del mondo, il che fa capire lo spirito di questa scuola. Insieme costruiamo il sapere di questo bambini. Al ciclo secondario poi diventa davvero molto interessante.

Le faccio solo un esempio: l'insegnamento di fisica non è mai faccio la lezione frontale e poi ogni tanto ti porto in laboratorio ma è insieme facciamo una serie di esperimenti, vediamo cosa succede e in base al metodo galileiano poi proviamo a capire quale potrebbe essere la regola, la legge. È tutto davvero basato sulle competenze, questo richiede un grandissimo lavoro da parte dei docenti.

Ogni anno, in particolar modo nel ciclo secondario, i sillabi vengono rivisti (i sillabi sono i programmi delle scuole europee) e non c'è mai lo stesso romanzo o lo stesso autore che viene portato al baccalaureato. È come se ci fossero ogni anno dei corsi monografici che cambiano su uno scenario di fondo che rimane sempre lo stesso ma molto spostato sulla contemporaneità».

C'è quindi meno accento rispetto alle superiori italiane sul nozionismo?
«Il ciclo secondario è di 7 anni, quindi hanno tre anni, un biennio e un altro biennio. La preparazione culturale è valida e importante ma è un pochino più leggera, orientata più che sulle nozioni sulle competenze. Anche le prove richiedono cosa sai fare con quello che hai imparato. Ti metto di fronte a una situazione nuova e con le tue conoscenze devi mostrare cosa riesci a fare. Assolutamente poco nozionismo.

C'è un altro aspetto molto interessante, come avviene l'apprendimento delle lingue -aggiunge la dirigente-. Al ciclo materno che dura due anni e ha classi di età mista (4/5 anni) non c'è uno studio sistematico di un'altra lingua ma i bambini fanno insieme molte attività e quindi sentono parlare inglese, francese, italiano, magari greco o portoghese e imparano per assorbimento. Dal ciclo primario invece ogni giorno i bambini fanno mezz'ora i primi due anni e 45 minuti dalla terza alla quinta della lingua straniera principale che hanno scelto.

La modalità di insegnamento è molto comunicativa e funziona perfettamente. I bambini parlano veramente benissimo la lingua straniera scelta e poi al ciclo secondario aggiungono una terza lingua e seguono delle discipline nella prima lingua straniera scelta. Hanno veramente una ricchezza linguistica e lessicale e una pronuncia ottima. Questo è intreressantissimo perché noi nelle scuole italiane spendiamo del denaro per fare in modo che i bambini apprendano una lingua straniera ma è il modo in cui si lavora che è diverso. Qui non c'è l'ossessione per la grammatica ma si lavora in modo molto comunicativo, questo facilita l'apprendimento di lingue anche complesse. È tutto puntato sull'apprendimento attraverso il gioco».

Ci sono dunque aspetti della programmazione nelle scuole europee che potrebbero essere trasferiti anche al sistema educativo italiano?

«Certamente! La valutazione, ad esempio -risponde Roberta Fantinato-. In primaria la valutazione è fatta con dei +. Quindi è sempre proposta come valorizzazione, come qualcosa di positivo e non mortificante, accanto a un giudizio articolato. Invece al ciclo secondario si sviluppa una valutazione non solo del prodotto ma del processo. I ragazzi hanno dei voti distinti che chiamano voti A e voti B, sul prodotto ma anche sul processo dell'apprendimento. Questo è importantissimo perché altrimenti i nostri ragazzi sono ossessionati dai voti, ma si tratta dei voti solo sul prodotto finale. Invece il processo conta, è importante.

Queste Scuole Europee sono nate anche per essere da stimolo alle scuole nazionali. E noi proviamo a farlo, aprendoci il più possibile. Abbiamo fatto molte attività di job shadowing, cioè abbiamo aperto le nostre classi a docenti italiani di Parma e dei dintorni ma anche di altre nazioni che hanno voluto venire a vedere come si lavora in classe. Poi, i sillabi delle Scuole Europee sono molto interessanti e possono dare molti stimoli secondo me ai nostri docenti per capire come utilizzare modalità di lavoro forse più adatte ai ragazzi. Spesso ci siamo confrontati con scuole, del nostro territorio e del resto d'Italia, su questi temi.

Questo è l'anno della presidenza italiana delle Scuole Europee e qui a Parma l'8 e il 9 aprile abbiamo ospitato la prima edizione di un evento per i docenti intitolato Teachers' forum che ha fatto incontrare docenti del sistema europeo e del sistema nazionale italiano proprio perché dialogassero e creassero una comunità di buone pratiche».

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