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Il potere dei prof: intervista a Enrico Galiano

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Il potere dei prof: intervista a Enrico Galiano

Una chiacchierata con lo scrittore e insegnante Enrico Galiano per parlare di scuola e sfide per il futuro: “noi adulti abbiamo perso la capacità di comunicare, ecco perché dovremmo imparare dai ragazzi”

Professore alle scuole medie e scrittore di successo (tra i suoi libri: Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi, Più forte di ogni addio, Basta un attimo per tornare bambini, Dormi stanotte sul mio cuore, L’arte di sbagliare alla grande e Felici contro il mondo), Enrico Galiano esordisce per la prima volta con un romanzo pensato per i più giovani, ma che riguarda anche noi adulti. Il suo ultimo libro La società segreta dei Salvaparole è un romanzo divertente e avventuroso, ma è anche l’occasione per affrontare temi importanti come: adolescenza, scuola e futuro. Ce ne parla nella nostra intervista.

Intervista a Enrico Galiano

Nel tuo libro “La società segreta dei Salvaparole” spariscono le parole, e mano a mano che questo accade gli adulti diventano sempre più tristi e vecchi. Che significato ha questa perdita?

«È l’incapacità di comunicare, di mettere insieme le nostre emozioni, di condividerle davvero. Ognuno è chiuso nel proprio mondo. È la perdita del dialogo. I ragazzi invece sono immuni dall’ingrigirsi, perché sono diversi da noi, e infatti sono loro che ci salvano (nel romanzo e nella vita reale ndr), sono loro che ancora ci credono».

Enrico Galiano, "La scoietà segreta dei salvaparole"
Enrico Galiano, "La scoietà segreta dei salvaparole" (Salani)

E infatti gli eroi del romanzo sono un gruppetto di dodicenni cappeggiati da Samuele “Samu”; un protagonista un po’ particolare, certo non uno studente modello. Ce ne puoi parlare?
«Sì, Samu è un ragazzino che non sa stare fermo, è un po’ pasticcione, un combina guai. E a scuola è un disastro, anche perché si distrae spesso. Insomma il tipico studente che solitamente non piace ai professori. Ma io ho voluto ribaltare questo cliché, perché Samu ha sì delle caratteristiche sue, ma queste non fanno di lui un ragazzo meno intelligente degli altri. Anzi, ha qualcosa in più: un’energia che noi non vediamo e che a scuola non viene valorizzata, mentre nel mio romanzo sì. Infatti una delle armi che fanno di Samu un eroe è proprio il suo essere multitasking».

Anche i professori hanno un ruolo importante nel romanzo. E nella vita dei ragazzi che ruolo hanno?
«I professori hanno un potere immenso: possono elevare un ragazzo, tirargli fuori le sue doti migliori, ma anche la parte più oscura: il suo odio, la sua rabbia. Un pessimo insegnante può provocare danni gravissimi: una parola sbagliata, una parola di sfiducia possono davvero far perdere l’autostima in uno studente; mentre una parola d’affetto, può cambiare le sorti in meglio. Certo non è facile fare l’insegnante, soprattutto nella fascia d’età che va dalla prima media al biennio delle superiori e dire la cosa sbagliata è un attimo, capita a tutti. Ma è importante che i docenti abbiano la consapevolezza del loro potere».

Dal romanzo emerge che questi ragazzi, seppur in un’età “difficile” sono comunque migliori di noi adulti
«Sì, la trovo una cosa così evidente. C’è un gap immenso, soprattutto sui temi centrali: ambiente, guerra, parità di genere. Su questi tre temi i ragazzi ci danno tanto distacco, anche nel rispetto degli altri e delle altrui opinioni. Noi adulti invece siamo molto arrabbiati, frustrati. Ecco dovremmo sederci noi sui banchi di scuola e lasciare in cattedra loro su queste materie e credo che noi saremmo rimandati».

Questo è un bellissimo messaggio di fiducia. Oggi la generazione degli adulti tende a svalutare i giovani
«È un processo naturale, le vecchie generazioni non capiscono le nuove, non le comprendono e ciò che non comprendi genera paura o disprezzo. Abbiamo paura della verità che ci portano. Accettare le novità richiede coraggio, perché bisogna rivedere le proprie certezze».

Una generazione profondamente colpita dalla pandemia…
«Diciamo che la pandemia ha portato alla luce tanti problemi che erano già lì, solo che non li vedevamo, non ci facevamo tanto caso. I ragazzi hanno sofferto tanto. Togliergli i contatti umani è stato uno sbaglio e tanti hanno incominciato a manifestare insofferenza senza verbalizzarla, ma con i modi in cui lo sanno fare gli adolescenti: cioè con comportamenti a rischio, come disturbi alimentari, abuso di sostanze già alle medie, abbandono scolastico, isolamento sociale. Probabilmente si sono resi conto di quanto poco contano nella nostra società. Per tutto il periodo della pandemia, le decisioni sulla scuola, se riaprirla o no, sono sempre state prese per ultime (prima venivano i centri commerciali, i bar, l’economia…). Da qui il messaggio: “voi siete gli ultimi”».

Secondo te questi ragazzi riusciranno a recuperare?
«Alcuni stanno ancora dentro al problema, ma la ripresa ci sarà anche se non la vedremo subito subito, ci vorranno 4/ 5 anni e ci troveremo davanti a una generazione veramente forte».

Sei molto fiducioso…
«Sì, e secondo me la maggior parte dei ragazzi ne uscirà più forte di quella delle generazioni che l’hanno preceduta, temprati da questa situazione inedita che noi non abbiamo provato durante l’adolescenza. Io sono ottimista, sento un’energia nuova, vedremo i frutti tra un po’, ma li vedremo».

Nel tuo libro si trovano alcune parole difficili spiegate come in un piccolo dizionarietto, ma con un linguaggio molto semplice… Trovi che ci sia un impoverimento linguistico da parte dei ragazzi? più abituati ai social che ai libri?
«Che i ragazzi di oggi leggano meno non è vero, anzi è la fascia d’età considerata “più forte”. Forse leggono meno classici rispetto alle generazioni precedenti. Ma ci sta che a 12 anni non si leggano romanzi complessi. L’impoverimento che c’è non è per fasce d’età, ma è più collettivo. Poi che alcune parole spariscano davvero come per esempio “uggia” per descrivere uno stato d’animo ci sta, però al tempo stesso ci sono nuove parole che sostituiscono anche se magari fanno alzare il sopracciglio al prof di italiano… Ma la lingua è viva, loro inventano parole dall’inglese e poi le italianizzano. 
Non è questo che mi preoccupa, piuttosto mi preoccupo quando a 14 anni non riescono a verbalizzare i propri sentimenti. Ed esprimere con le parole le emozioni è fondamentale per non farsi dominare dai sentimenti. Gli episodi di rabbia o di violenza non sono altro che manifestazioni di questa incapacità di trasformare le emozioni più dirompenti in parole. Questa è la cosa che mi fa più paura: l’incapacità di dialogare: ecco perché è così importante salvare le parole, perché sono la chiave della comunicazione e quindi dello stare bene insieme. 
Ed ecco perché senza parole saremmo tutti più tristi e soli».

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