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Generazione ansia, è colpa degli smartphone?

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Generazione ansia, è colpa degli smartphone?
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Studi recenti collegano l'uso degli smartphone a un aumento di ansia e violenza tra i giovani. Scoprite le proposte dallo psicologo Jonathan Haidt

Una vera epidemia. Scoppiata intorno al 2012 e diffusasi a livello globale. Migliaia le vittime: giovani, adolescenti e bambini, colpiti da disturbi mentali che spesso li portano ad episodi di autolesionismo o a tentativi di suicidio. La colpa? Gli smartphone sono il principale imputato: negli Stati Uniti il 95 per cento degli adolescenti ne ha uno in tasca e passa in media sette ore e mezza davanti allo schermo. La soluzione? Niente telefonino fino alle superiori, gioco libero per tutta l'infanzia. Questa, in estrema sintesi, è la tesi che lo psicologo americano Jonathan Haidt sostiene nel suo libro The anxious generation (La generazione ansiosa), e che ha scatenato un ampio dibattito negli USA e in Gran Bretagna.

Epidemia di malattie mentali e ansia tra i ragazzi: i dati

“L’epidemia di malattie mentali tra gli adolescenti è iniziata intorno al 2012” afferma Haidt. E non è un anno casuale: l'arrivo dello smartphone è del 2007, l'avvento dei pulsanti mi piace e condividi sui social del 2009. A una decina di anni di distanza da questo debutto, le ricerche hanno cominciato a registrare quelli che, secondo Haidt, sono i danni diretti di questa tecnologia: già nel 2015, un rapporto del Pew Research Center di Washington rilevava che un adolescente su quattro afferma di essere online “quasi costantemente”. Nel 2022, quel numero è quasi raddoppiato.

Di pari passo a questo incremento notevolissimo nell'uso degli smartphone, sono cresciuti in modo altrettanto stratosferico i numeri relativi ai disturbi mentali tra gli adolescenti. Il tasso di suicidio è aumentato del 48 per cento per ragazzi e ragazze di età compresa tra 10 e 19 anni. Per le ragazzine tra 10 e 14 anni è aumentato addirittura del 131 per cento. E i tassi di depressione e ansia tra gli adolescenti statunitensi sono aumentati di oltre il 50 per cento.

Nel decennio fino al 2020 gli accessi al pronto soccorso per atti autolesionistici sono aumentati del 188 per cento tra le ragazzine statunitensi e del 91 per cento tra i ragazzini. E il tasso di suicidi si è impennato del 167 per cento per le femmine e del 91 per cento per i maschi adolescenti. Una tendenza confermata anche in altri Paesi occidentali e ulteriormente aggravata negli ultimi anni dagli effetti della pandemia di Covid. Da questi e altri dati, Haidt ricava una correlazione diretta tra l'uso degli smartphone, l'accesso alla rete e ai social da una parte, e la crescita di ansia e disagio mentale nei ragazzi dall'altra.

Le critiche

Non tutti sono d'accordo con questa tesi. Soprattutto, Haidt viene accusato di aver “fatto di tutta l'erba un fascio” adattando i dati raccolti in numerose ricerche al suo scopo, quello di imputare allo smartphone la sola e principale colpa di questa epidemia. In un articolo comparso sulla rivista Nature, la psicologa Candide Odgers sostiene che l'incremento di disturbi mentali nei ragazzi sicuramente c'è, ma è dovuto a una pluralità di fattori di cui Haidt non tiene conto: la disponibilità di armi, l'esposizione alla violenza, la discriminazione costante e il razzismo, il sessismo e l'abuso sessuale, la crisi economica e l'isolamento sociale.

Secondo Odgers i dati non sono così inequivocabili come vuol farci credere Haidt: lo studio British millennium cohort, ad esempio, che ha seguito 19mila ragazzi nati tra il 2000 e il 2002 ha rilevato che, soprattutto tra le ragazze, la tendenza alla depressione aumenta di pari passo con il numero di ore passate sui social media. Le ragazzine che passano più di cinque ore al giorno sui social media hanno una probabilità tre volte maggiore di cadare nella depressione. Ma questo studio non prova che i social media causano la depressione. Potrebbe essere l'inverso: le persone depresse tendono a passare più tempo sui social media.

Altri fattori in gioco che causano ansia

Certo si possono trovare molte altre concause di quell'ansia di cui sembrano essere preda i bambini e i ragazzi oggi: le aspettative dei genitori spesso troppo alte, la mancanza di un tempo libero destrutturato in cui fare esperienza diretta della realtà, il rapporto sfilacciato con i docenti, soprattutto alle superiori dove magari capita ogni anno di cambiare quasi tutti i professori e diventa difficile che l'insegnante diventi quella figura adulta di riferimento di cui i ragazzi avrebbero estremo bisogno. E poi, l'enorme difficoltà di orientarsi in un mondo divenuto liquido, dove non esistono più ideologie e partiti di massa, dove non mancano le emergenze ansiogene come quella relativa al clima, e dove il bello di essere cittadini del mondo diventa anche il brutto di sentirsi letteralmente circondati da guerre e calamità.

Infine, la sensazione di essere costantemente giudicati: con un numero a scuola, con un pollice verso in rete. Forse la tesi di Haidt, è troppo schematica e monofattoriale, quando invece bisognerebbe tenere conto di una pluralità di cause ed effetti. Non per questo, però, diventa meno importante: non si può non restare colpiti dalla sua denuncia e le proposte di soluzione che Haidt avanza devono farci riflettere.

Dall'infanzia basata sul gioco all'infanzia basata sul telefono

Secondo Haidt le radici di questo fenomeno sono da ricercare in un cambiamento radicale nel modo di intendere l’infanzia, avvenuto all’incirca a partire dagli anni Ottanta. I genitori hanno iniziato ad avere sempre più paura del mondo esterno, diventando iperprotettivi nei confronti dei bambini, che sono stati sempre di più chiusi in casa, quasi segregati, o sballottati tra un'attività e l'altra, sotto la supervisione costante di un adulto. Paradossalmente, famiglie così timorose hanno consegnato nelle mani dei loro pargoli uno strumento pericoloso come lo smartphone senza farsi troppe domande e senza ritenere di dover attivare uno stretto controllo.

Così, secondo Haidt, è avvenuto il passaggio da un’ “infanzia basata sul gioco” a un’infanzia “basata sul telefono”. "La Generazione Z - scrive - è diventata la prima generazione nella storia a passare attraverso la pubertà con un portale in tasca che li richiamava lontano dalle persone vicine e in un universo alternativo eccitante, dipendente, instabile … e non adatto per bambini e adolescenti". La combinazione di "iperprotezione nel mondo reale e sotto-protezione nel mondo virtuale" ha aumentato l'ansia, li ha resi super-ansiosi. Lontani dalle relazioni di persona e immersi nella virtualità di una falsa amicizia i ragazzi della Generazione Z sono stati i primi a sperimentare isolamento, depressione, mancanza di sonno, attenzione frammentata, dipendenza dai like e dai commenti. Seguiti poi a ruota da coloro che sono nati negli anni successivi.

I consigli: più gioco libero, niente social fino ai 16 anni

Soltanto il gioco aiuta il bambino a costruire quella fiducia in se stesso che lo sosterrà poi nell'adolescenza e per tutta la vita. Secondo Haidt, il gioco all'antica, magari all'aperto, in gruppo, senza regole prestabilite e dando libero sfogo alla fantasia, anche se comporta una certa dose di rischio è assolutamente insostituibile. Nient'altro può insegnare al bambino quali sono i propri limiti. Nient'altro funziona allo stesso modo per acquisire consapevolezza di sé e fiducia nelle proprie capacità di azione. Sempre secondo dati e ricerche citati da Haidt, l'80 per cento dei disturbi mentali si manifestano inizialmente nell'infanzia, per poi esplodere nell'adolescenza. Ecco perché bisogna correre ai ripari quando i bambini sono ancora relativamente piccoli.

Il primo consiglio di Haidt è proprio quello di aumentare le situazioni di gioco libero, non strettamente supervisionato. Bisogna poi concedere ai piccoli libertà e autonomia in base all'età, incaricandoli ad esempio di piccole commissioni, in modo da doversi orientare da soli nel mondo reale. Ai genitori che, a loro volta, sono corrosi dall'ansia per una sensazione di impotenza contro i pericoli del web, Haidt consiglia inoltre il recupero di una gradualità e moderazione nell’uso dei dispositivi elettronici: aspettare fino alla scuola superiore prima di concedere uno smartphone di proprietà e fino ai sedici anni per consentire di accedere ai social media. Infine, non utilizzare lo smartphone in classe, nemmeno negli intervalli.

Haidt invita poi a muoversi insieme, come comunità, perché da soli è molto difficile applicare queste indicazioni. Un consiglio prezioso cui ha fatto seguito il diffondersi, anche in Italia, dei Patti Digitali: accordi di comunità tra famiglie, scuole, associazioni sportive e religiose per cercare di dotarsi di alcune regole sull'utilizzo dei device e soprattutto di rispettarle: l'unione fa la forza!

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