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Educazione ambientale: una lezione attiva sull’impatto della fast fashion

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Educazione ambientale: una lezione attiva sull’impatto della fast fashion
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Qual è l'impatto dell'industria tessile sull'ambiente? Qual è l'impatto dei nostri vestiti? Ragioniamo in classe su questi temi e poi organizziamo un mercatino dell'usato o baratto.

Tutti gli studenti che tengono all’ambiente possono far qualcosa di importante attraverso i GESTA (Gruppi Ecologici Scolastici per la Transizione Ambientale). Si tratta di mettere in campo azioni quotidiane, vere coraggiose gesta ecologiche  che vedano protagonisti proprio gli alunni delle scuole. Abbiamo individuato sei ambiti (alimentazione, rifiuti, consumi elettronici e abbigliamento, energia, mobilità, igiene e pulizie) e ogni mese proporremo un’azione concreta da realizzare.

Cominciamo dai vestiti, cercando di individuare azioni concrete che contrastino il consumismo a sua volta causa di vari problemi ambientali. Quanti capi di vestiti che non ci servono comperiamo spinti dalla pubblicità e dalla moda? Non ce ne rendiamo conto ma uno dei capi di vestiario più diffusi, una semplice t-shirt, è causa di notevole consumo di acqua, energia, pesticidi, fertilizzanti, coloranti, con conseguente  inquinamento e produzione di gas serra.

Per approfondire l'impatto della Fast fashion sull'ambiente

La filiera del cotone è una delle più inquinanti e a più elevato consumo d’acqua. Tristemente famoso il caso del Lago Aral in Uzbekistan praticamente scomparso a causa dell’industria del cotone che ne ha usato l’acqua come un "vampiro".

Vediamo alcuni dati: una maglietta di cotone “contiene”: 2.600 litri d’acqua, 90 g di fertilizzanti, 50 g di pesticidi, 500 g di combustibili fossili, 2,7 kg di CO2, 50 g di altri gas.

Per non parlare dei blue jeans: un paio di questi pantaloni contiene 10.000 litro d’acqua e per tingerli si usano coloranti sintetici dannosi oltre ai lavaggi e trattamenti per schiarirli.

Che cosa possiamo fare in classe

In classe si può vedere “quanto mondo abbiamo addosso” leggendo nelle etichette i Paesi in cui sono prodotte le nostre magliette, felpe, pantaloni. Oltre al problema ambientale i vestiti si portano spesso addosso problemi di sfruttamento nei Paesi più poveri in cui i lavoratori hanno meno diritti. Poi si può fare un’analisi di quanti vestiti ogni alunno ha comperato negli ultimi tre mesi.

Quindi all’opera! Le possibilità sono due: ridare vita ai vecchi vestiti e organizzare mercatini dell’usato interni alla scuola. Nel primo caso si tratta di un riciclo creativo attraverso cui vecchi capi di vestiario possono assurgere a nuova vita sotto forma di cerchietti, borse, rivestimenti per sedie, addirittura fiorire nei vecchi jeans.

L’altro scenario prevede invece che si portino a scuola capi di vestiario che non si mettono più per un mercatino del baratto.

Le esperienze nelle scuole

Due esperienze interessanti si sono svolte in due scuole secondarie di I grado biellesi. A Pollone (Biella) gli alunni hanno portato a scuola i capi di vestiario sistemandoli su appendiabiti come se fosse un mercato, divisi per categorie e hanno imparato i nomi in inglese dei vari vestiti. Inoltre c’erano alunni nel ruolo di commesse che consigliavano e addetti all’imballaggio rigorosamente con carta di giornale.

A Pettinengo (Biella) una attività simile è sfociata addirittura in una sfilata di moda del riciclato e dell’usato e una classe è stata selezionata tra le 20 più innovative d’Italia partecipando al festival dell’innovazione scolastica di Valdobbiadene. Per info: l’insegnante: stefania.fornaro74@gmail.com  La sfida per diventare consumatori più consapevoli ed ecologici è lanciata!

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