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Big Picture Learning (HNK): educare uno studente alla volta

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Big Picture Learning (HNK): educare uno studente alla volta
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Come funziona il metodo Big Picture Learning: ogni studente è responsabile della propria educazione scolastica. I ragazzi imparano le nozioni base e poi le mettono in pratica sotto la guida di un insegnante

Big Picture Learning è un'organizzazione fondata nel 1995 da due insegnanti statunitensi per offrire un'idea tutta nuova di scuola, dedicata a educare uno studente alla volta, come recita il suo slogan. Un modello che si è diffuso in breve tempo, tanto da ottenere le lodi dell'ex Presidente Barack Obama e il sostegno della Fondazione di Bill e Melinda Gates. Oggi la rete comprende 110 scuole sparse in 27 Stati U.S.A. e in altri Paesi come l'Australia, i Paesi Bassi, il Belize, l'India e il Canada.

Anche in Italia, a Biella, si trova una scuola Big Picture Learning: si chiama HNK, è gestita da una Cooperativa sociale, ed è una scuola superiore non paritaria con indirizzo “Liceo scientifico delle scienze umane opzione socio-economico”, inserita nell'elenco delle scuole più innovative d'Italia secondo l'associazione Ashoka. I ragazzi che la frequentano (quest'anno scolastico sono 47) nella grande maggioranza provengono dal cosiddetto drop out scolastico: hanno lasciato la scuola di provenienza dopo una bocciatura, oppure hanno abbandonato del tutto. In alcuni casi invece sono ragazzi talentuosi che non trovano in altri istituti la giusta attenzione.

L'unica scuola in Italia

«Questa è la prima e unica esperienza italiana – racconta Mattia Callegari, il dirigente scolastico-. L'associazione nasce nel 2015 da due insegnanti di liceo classico stanchi di vedere studenti che lasciavano e docenti che avrebbero voluto fare di più ma erano spesso costretti nel limite orario, o comunque nella struttura di una scuola convenzionale. I fondatori vengono in contatto con Big Picture Learning e scoprono che questa filosofia era stata riadattata al sistema europeo dalla pedagogista Hanneke Te Braake cui è dedicata la nostra scuola. Decidono di aprire una prima classe sperimentale, come scuola parentale, nel 2015, con tre soli alunni. Nel 2018 siamo stati riconosciuti come scuola non statale e non paritaria, quindi rientriamo nella legge 62 per l'assolvimento dell'obbligo scolastico. Questo ci consente comunque di avere molta libertà sulla programmazione e di scegliere gli insegnanti anche sulla base della passione che hanno e del loro voler stare coi ragazzi».

Un educatore accanto allo studente

L'elemento chiave di BPL è la figura dell'advisor: un educatore che tiene le fila della crescita umana e didattica degli studenti, divenendo un vero punto di riferimento per i ragazzi e le loro famiglie. Agli studenti in situazioni di sofferenza non bastano le lezioni, serve cercare soluzioni educative per poter svoltare nella loro vita. Per questo l'advisor è una figura separata da quella dei docenti, si prende carico degli studenti di una classe (al massimo 15) e resta sempre con loro nell'arco dell'intera giornata.

Spiega Chiara Bresciani, referente per i genitori: «Si parte alle otto con un'ora di advisory: ci si dice come si sta, per imparare a esprimere quello che sentiamo e a ricevere il sentire dell'altro; si parla di argomenti liberi che spesso vengono fuori da loro. È un'ora nella quale il gruppo entra in contatto e si prepara a seguire le lezioni che nella nostra scuola finiscono alle 13 e sono divise in due blocchi di due ore ciascuno. Sappiamo benissimo che il livello di concentrazione è molto basso e quindi parlare loro per due ore di fila sarebbe contro producente: le nostre lezioni sono discorsive e partecipate, e i ragazzi quando sentono di essere stanchi possono chiedere di fare una breve pausa. Dopo il pranzo, ricominciamo con la scuola. Al pomeriggio i ragazzi si gestiscono in autonomia: riguardano gli appunti della giornata, preparano i lavori di gruppo, seguono i PCTO incontrando professionisti che noi contattiamo in base ai loro interessi. Se andassero a casa, magari si perderebbero col telefono o il computer. Qui invece hanno accanto il tutor che li incoraggia e li sostiene».

Un sostegno per i docenti

La figura dell'advisor è di aiuto anche per i docenti. «Quando entravo in classe nella scuola pubblica – racconta il preside, ex insegnante di religione alla primaria e ora professore di filosofia alla HNK- non sapevo nulla della vita degli alunni nei giorni precedenti. Ora invece l'advisor mi racconta tutto, i piccoli e i grandi drammi. E allora magari mi rendo conto che se quell'alunno mi guarda male non ce l'ha con me, ma è stato appena lasciato dalla sua ragazza. Ti aiuta a costruire con i tuoi alunni una relazione molto più profonda. Anche l'ora di advisory è utilissima per l'alfabetizzazione emotiva, per trovare le parole per dirlo. E vedo già la differenza tra i ragazzi che frequentano la nostra scuola dalla prima e quelli che vengono da noi magari in terza, da altri licei. E non è solo una questione lessicale di quantità ma di qualità, di capacità di rielaborare pensieri, di avere idee, di sviluppare un proprio percorso».

Puntare sulla crescita dello studente, non sulle nozioni

BPL è una filosofia educativa nata negli Stati Uniti, che hanno sicuramente un sistema scolastico ben diverso dal nostro... funziona anche qui? “Declinare BPL nel sistema scolastico italiano è un'avventura quotidiana, ammette Chiara Bresciani. Abbiamo una struttura con dei pilastri che ci tengono in piedi, però siamo una realtà giovane e quindi ogni anno prendiamo le misure e cerchiamo sempre di migliorarci.

Il fatto è che la scuola nel nostro Paese secondo noi non sta al passo con le generazioni. L'esigenza di oggi, secondo il nostro punto di vista, è quella sì di imparare, ma non nozioni nude e crude. Quelle non ti restano. Il fine è imparare a pensare, imparare a parlare. Ci sono insegnanti nella scuola statale che avrebbero una voglia matta di fare cose diverse, ma vince la burocrazia su questa voglia: fare tutti i punti del programma, stilare verbali, infilare un numero impensabile di voti entro dei periodi precisi. Questo stressa i ragazzi, ma prima di tutto stressa i docenti. Noi dal nostro lato abbiamo imparato che è meglio fare meno, ma meglio. Quindi non importa imbottirli di informazioni, non ha davvero senso nell'era di ChatGPT. È più urgente semmai sviluppare la loro capacità di pensiero ed espressione”.

In fuga dalla scuola pubblica

La scuola ha chiuso l’anno scolastico 2021-2022 con il 98% degli studenti che ha recuperato completamente la socialità e la motivazione nello studio, superando l’esame di idoneità. Solitamente il livello di promozione alla maturità è attorno al 60-70%. È un dato importante se si considera che gli studenti della HNK provengono in gran parte da esperienze di fallimento. “Sono ragazzi fragili -spiega Bresciani-. Sono in difficoltà per l'età e per il contesto sociale, economico, storico, politico che stiamo vivendo. Provengono da famiglie nella media ma particolarmente attente che si accorgono quando un figlio sta male e sono disposte a fare anche sacrifici per riuscire a pagare una retta (per quanto le nostre rette siano accessibili e commisurate all'ISEE)».

Perché stanno male a scuola? «Quello che raccontano più spesso è la sensazione di ritrovarsi con un numero appiccicato addosso, un'insufficienza che sentono di non poter recuperare nemmeno con diecimila ore di studio perché ormai è l'etichetta che il professore ha affibbiato loro e non si può cambiare. Noi non diamo voti nella nostra scuola, perché non vogliamo impartire sofferenze gratuite visto che già nell'adolescenza patiscono pene infinite. Questo non vuol dire che noi non valutiamo i ragazzi, ma li valutiamo in una maniera per cui poi loro sono costretti a farsi un esame di coscienza e a prendersi la propria responsabilità, diventando consapevoli del loro lavoro o del loro non lavoro».

Niente voti ma una valutazione globale

Non ci sono numeri, dunque, ma una valutazione globale e complessa. Spiega Chiara: «Significa che se uno studente viene interrogato in italiano io gli spiego dove è stato carente nei contenuti, osservo che si è fatto prendere troppo dell'agitazione, gli consiglio di essere più fluido nel discorso, di non ripetere a memoria... Nel mio rimando ci sono suggerimenti, focalizziamo punti negativi e punti positivi, mettiamo in atto un piano per raggiungere dei risultati la prossima volta. È molto più di un voto».

«Accanto a questo abbiamo sviluppato un sistema multiassiale che misura il progresso delle competenze e del percorso del ragazzo ogni due mesi, aggiunge Matteo Callegari. Compare un grafico dove il calcolo dell'area stabilisce il livello raggiunto: base, intermedio o avanzato. Questo grafico offre al ragazzo diversi dati: la sua punta di eccellenza, dove compaiono le difficoltà e così via. Oltre a questo abbiamo simulazioni di esame durante l'anno dove andiamo a valutare la performance del ragazzo. E avere questi due dati da comparare, il percorso e la performance, ci fa capire anche dove agiscono le componenti psicologiche come ad esempio l'ansia. Così riusciamo a smontare quel meccanismo di difesa che spesso porta i ragazzi a dire io non sono capace, non apro nemmeno il libro».

Ascoltare lo studente

Gli altri motivi di fuga dalla scuola pubblica che i ragazzi indicano sono lo stress dovuto alla mole di lavoro e la difficile relazione con i docenti. «La poca comprensione sta anche nel non poter esprimere la propria idea, nel dover stare sempre stare zitti -racconta Bresciani-. Non viene mai data loro la parola. E quando accade viene comunque imposta una regola, cioè che quello che dicono debba essere in linea con quello che pensa il docente. A quel punto loro si chiudono come ricci. Se tu mi rimbalzi continuamente con un muro di gomma, allora io penso di non valere niente, di essere un incapace. Queste sono le parole che hanno di più in bocca. E questo poi li porta a una chiusura ben maggiore, a una solitudine smisurata.

A volte, specialmente nell'anno scolastico in cui fanno il passaggio dalla scuola statale alla nostra, c'è talmente tanto da destrutturare e ricostruire nelle dinamiche che hanno interiorizzato che diventa prioritario il loro benessere. Quindi spesso noi focalizziamo l'obiettivo sulla crescita personale e non sulle nozioni. E facciamo anche capire ai ragazzi, e ai loro genitori, che è meglio perdere un anno, a volte, piuttosto che trascinare un problema, avere attacchi di panico ogni giorno».

Big Picture Learning anche nella scuola statale

Come si potrebbe secondo voi mettere a sistema la Big Picture Learning? Come sarebbe possibile, ad esempio, fare un'ora di advisory tutti i giorni in una scuola pubblica? «La gestione delle ore fa parte dell'autonomia scolastica, quindi non è impossibile -risponde il preside-. Puntiamo a una classe sperimentale in una scuola statale del nostro territorio da cui ricavare dati sull'importanza di una figura presente sulla parte educativa.

Secondo me è possibile, avendo una gestione diversa dei fondi statali e progetti ad hoc, e un'autonomia del monte ore e della gestione didattica. Prima però deve esserci una rilettura del percorso formativo. Sicuramente non può essere un cambiamento dall'oggi al domani, dovrebbe essere qualcosa di graduale. Certo non possiamo fare la riserva, qui siamo belli e gli altri sono brutti e cattivi. Non ha senso, non è neanche sostenibile. Cioè che è sostenibile oggi è la collaborazione, la diffusione, la condivisione delle buone pratiche e il riuscire a imparare gli uni da gli altri”.

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