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Dispersione scolastica, ecco come combatterla

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Dispersione scolastica, ecco come combatterla
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Tempo pieno, asili, supporto ai team stabili di docenti che propongono didattiche innovative e inclusive, attività extrascolastiche nei quartieri più a rischio. Questi alcuni degli strumenti per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, emersi da un'indagine presentata da Con i bambini

Un Paese fortemente preoccupato per il futuro di bambini e ragazzi; allarmato ma non allarmistico, perché la preoccupazione espressa è abbondantemente supportata dai dati reali; maturo e consapevole, tanto da indicare nell'inclusione l'unica via di uscita possibile.  È questo il ritratto che emerge dall'indagine svolta dall'Istituto Demopolis su un campione di 3.540 italiani adulti, tra i quali genitori di figli minori, insegnanti e operatori del terzo settore. L'indagine è stata promossa dall'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e i risultati sono stati resi pubblici in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza che si celebra il 20 novembre.

Povertà educativa minorile 

“Nel nostro Paese un terzo dei minori vive in povertà assoluta e un altro terzo in  povertà relativa” spiega Marco Rossi Doria, presidente di Con  Bambini. Dieci anni fa erano la metà. Gli adulti intervistati nel sondaggio sono molto preoccupati, anzi, allarmati: per la diffusione della violenza giovanile e delle baby gang, per l'eccessivo utilizzo di smartphone e tablet, per gli episodi di bullismo e cyberbullismo, per il consumo di alcol e droghe, per lo scarso apprendimento scolastico, per l'impoverimento del linguaggio. In generale, per tutto quanto può essere racchiuso nel termine povertà educativa giovanile che, forse proprio per il gran lavoro svolto in questi anni dal Fondo e dal suo braccio operativo Con i Bambini, ora è un'espressione conosciuta e compresa dalla maggioranza degli italiani. I quali non hanno dubbi sulla strada da intraprendere con urgenza: una scuola migliore, sicura e accogliente, aperta al territorio e alle famiglie. Città più belle e vivibili dove siano numerose e di qualità le attività extrascolastiche offerte ai minori. Soprattutto, uno sforzo collettivo: la scuola da sola non basta. “Cresce tantissimo la consapevolezza del ruolo delle comunità educanti -commenta Rossi Doria- ovvero di una responsabilità diffusa e condivisa nella crescita dei nostri bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Non possiamo lasciare indietro i minori delle troppe aree povere d’Italia”.

Mancanza di motivazione negli studenti e negli insegnanti

Dopo due anni di pandemia, secondo la grande maggioranza degli intervistati la scuola è sì ripresa come “prima”, ma senza sanare le fratture emerse durante un periodo estremamente difficile, soprattutto per i più giovani. Non è certo l'unica carenza della scuola evidenziata in questo sondaggio: il 64% degli intervistati individua il problema nelle strutture scolastiche, troppo vecchie e inadeguate; il 58% punta il dito contro la carenza di attività di recupero per i ragazzi in difficoltà. Guardando i dati disaggregati, colpisce lo sguardo diverso se si considerano i genitori (che individuano le cause del fenomeno nell'assenza della motivazione negli insegnanti e nella carenza di attività serie per il recupero) o i docenti, per i quali il problema numero uno è invece l'eccessiva burocrazia scolastica (74%) e, in un'ottica rovesciata, la mancanza di motivazione negli studenti (58%).

Dispersione scolastica in aumento

Tutti concordi, invece, nell'ammettere che la scuola oggi non garantisce uguali opportunità: niente affatto, risponde il 38%; solo in parte, e con livelli di qualità differenti, precisa il 50%. Emerge un'ampia e precisa consapevolezza delle dimensioni del problema: secondo quasi il 60%  degli intervistati il fenomeno della dispersione scolastica è aumentato nello scorso biennio. Ed è una percezione drammaticamente corrispondente alla realtà, se pensiamo che nell’ultimo anno scolastico segnato dal Covid, oltre 80mila studenti non hanno maturato una frequenza a scuola sufficiente per poter essere scrutinati, cioè sono stati bocciati per troppe assenze. “Una città di studenti fantasma grande quasi come Brindisi o Como -commenta amaro Rossi Doria- ad aggravare il problema dell’abbandono scolastico che è un nefasto primato del nostro Paese”. Per il 61% degli intervistati è stato comunque giusto bocciare per eccesso di assenze anche durante l’anno del Covid. “Non bisogna lasciarli indietro però -osserva Rossi Doria-. Bisogna tornare a quei ragazzi, prospettare una soluzione, recuperarli, dare loro un orizzonte di speranza”.

Meno opportunità e diritti

Il 74% riconosce che l'abbandono scolastico, fenomeno che in Italia risulta superiore alla media europea, è dovuto alle condizioni socio-economiche della famiglia di origine. Ma l'analisi non si ferma qui, a riprova del fatto che gli italiani hanno un'idea ben precisa della questione. Le altre cause individuate, infatti, sono l'inadeguatezza della scuola per assenza di serie strategie di recupero e motivazione degli studenti a rischio (63%), l'inadeguatezza delle istituzioni locali a prevenire o trattare il fenomeno (58%), l'insufficienza del sistema relazionale tra scuola, istituzioni e famiglie (57%). Insomma, una responsabilità collegiale cui deve fare seguito una soluzione altrettanto collegiale. “Molto spesso sui temi sociali c'è una percezione deviata –osserva Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore-. Invece in questo caso la percezione è corretta. Non ci si arresta solo al dato socio-economico delle famiglie di origine, ma si va oltre, delineando un disagio globale, una sottrazione di opportunità, di diritti”.

Potenziare le attività extrascolastiche contro la violenza giovanile

Altrettanto mature le indicazioni date per una possibile soluzione. Solo il 27% ritiene che la scuola sia l'unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi. La stragrande maggioranza (85%) ritiene invece che la responsabilità sia di tutta la comunità. Una consapevolezza quasi raddoppiata dalla prima indagine, svolta nel 2019. Per contrastare ad esempio il fenomeno delle baby gang, gli intervistati ritengono fondamentale un migliore controllo dei genitori sulle vite dei figli, insieme a maggiori presidi delle forze dell'ordine e controlli della polizia postale su chat e social. Ma anche, per il 59%, un accesso più esteso per i ragazzi ad attività ricreative, sportive o ludiche fuori dalla scuola. Un'opportunità dalla quale restano esclusi il 73% dei figli degli intervistati. Un vero peccato,  anche perché nell'opinione di chi ha risposto al sondaggio questo genere di attività vanno precisamente a contrastare fenomeni come quello della violenza giovanile: migliorano la socializzazione e il senso di comunità, creano spirito di gruppo, aumentano l'autostima, insegnano il rispetto delle regole, stimolano l'interesse verso le cose. Peccato che il contesto in cui vivono e le opportunità offerte siano assolutamente inadeguate secondo gli impietosi dati che emergono dal sondaggio: inadeguati i servizi sociali, i luoghi di apprendimento extrascolastici, i servizi sanitari, gli asili, i cinema, i teatri, le biblioteche, le scuole, i centri sportivi. Non sufficienti neppure gli spazi verdi e i trasporti, in città sempre più inquinate.

Tempo pieno e più asili

Ecco allora che per gli italiani la povertà educativa consiste, esattamente, nel limitato accesso a possibilità di crescita (67%), unito a un disagio sociale intorno al minore (57%) e a bassi livelli di apprendimento (52%). Correttamente, gli intervistati individuano nella povertà materiale un'altra delle cause del fenomeno, ma certamente non la più rilevante (12%). Il 90% degli italiani ritiene importante contrastare la povertà educativa. E sul modo per farlo, le idee sono piuttosto chiare: i fondi di investimento del PNRR (insieme ai fondi del Next generation EU), ritenuti comunque insufficienti dalla maggioranza,  dovrebbero essere destinati prioritariamente a implementare il tempo pieno e le attività extrascolastiche nelle realtà maggiormente caratterizzate da povertà materiale ed educativa; nel rendere sicure e funzionali le strutture scolastiche, nel costruire asili nido e scuole per l'infanzia, nel creare progetti pensati per bambini e adolescenti fragili.

Sostenere chi riduce le disuguaglianze

“Gli italiani maturano un approccio inclusivo alle questioni della scuola” commenta Maria Sabrina Titone, ricercatrice dell'istituto Demopolis. Il 72% sostiene che con i fondi vanno sostenute le scuole che riducono le diseguaglianze fra gli studenti, piuttosto che quelle che registrano un alto tasso di risultati ottimi e buoni. “Non ci si aspetta che siano le scuole di punta a trainare, ma che venga puntellato tutto il sistema scuola perché si possa crescere insieme” spiega ancora Titone. “L'importante è che le azioni siano sinergiche -commenta Maria Grazia Corradini, del Ministero dell'Istruzione e del Merito- perché gli sforzi singoli non producono lo stesso risultato. La scuola ha margini di miglioramento immensi e può fare molto. Ma nessuno può tirarsi indietro. Rivolgo un appello alle famiglie, che spesso nella scuola sono assenti”. “Noi come governo dobbiamo ripristinare il giusto ordine di priorità -ha dichiarato Maria Teresa Bellucci, vice ministro del Lavoro- nel quale i minori non sono secondi a nessuno”.

Un ultimo dato interessante: gli intervistati ritengono sia meglio supportare equipe stabili di docenti capaci di favorire didattiche innovative e vincenti, piuttosto che premiare i singoli docenti innovativi, pur meritevoli. Se non è saggezza popolare questa...

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