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Come insegnare inglese (ma non solo) usando TikTok e Instagram

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Come insegnare inglese (ma non solo) usando TikTok e Instagram
Instagram/sandrino.marenco

Sandro Marenco, prof da 10 milioni di visualizzazioni, ci spiega perché i social network possono essere ottimi strumenti didattici.

I social sono una grande risorsa per la scuola. Ne è convinto Sandro Marenco, insegnante di inglese in un istituto superiore di Alessandria, che con i suoi mini video di sessanta secondi ha raggiunto su TikTok e Instagram 10 milioni di visualizzazioni.

Come è nata l’idea di far lezione attraverso i social?

Ho scelto di usare i social semplicemente perché è lì che sono i giovani e la lingua inglese va portata nel quotidiano, finché la teniamo relegata ai libri non ha nessun senso. Il mio non è solo un canale monotematico, ma racconto anche me stesso e con ragazzi e genitori si è formata una vera e propria community. Poi sotto l’hastag #ripassiamoinsieme carico le mie lezioni di inglese che hanno avuto molto successo perché sono brevi e spesso partono da video musicali, un modo per far sentire la lingua vicino alla realtà dei ragazzi.

Usi i social anche con la tua classe?


Sì, diciamo che seguo un po’ il metodo della flipped classroom, la classe capovolta. Cioè i ragazzi si guardano i video a casa (li ho messi anche su YouTube), così li possono interrompere, far ripartire, riascoltare, lasciare un commento. E se qualcosa non è chiaro lo rispiego in classe o faccio un altro video.

E la lezione in presenza come funziona?

Il procedimento è simile a quello dei video. Per spiegare la grammatica faccio vedere prima la scena di un film o di una serie, qualcosa di attuale che i ragazzi conoscono e poi insieme deduciamo la regola. Ad esempio per spiegare “somebody”, ho fatto ascoltare Somebody to love.

Consigli ai tuoi alunni di vedere serie e film in lingua originale?

Dato che i ragazzi di oggi sono abituati ai video veloci di YouTube e TikTok, più che un film consiglio di guardare show con dialoghi brevi, come Britain's Got Talent o X Factor UK. Così possono ascoltare il bell’inglese parlato dai giudici, ma inframmezzato da momenti di musica e divertimento, così è più leggero da seguire. Se si propone alla classe un film, si rischiano lamentele tipo: “no, prof, mi annoio, non capisco”. 
I video brevi, invece, sono proprio il modo in cui gli adolescenti fruiscono le informazioni.

Non è semplice stare al passo con le nuove generazioni….

La difficoltà per il docente sta nel cambiare totalmente il modo di insegnare. Noi siamo abituati a parlare tanto. Come insegnanti, ma anche come generazione. Con i ragazzi di oggi invece bisogna comunicare sì, ma usando anche immagini, suoni e tutto quello che può attirare la loro attenzione perché in quest’era digitale sono più portati a farsi distrarre. Ma non è una colpa, semplicemente sono abituati così. 
Anche in classe bisogna essere brevi. Divido sempre l’ora in piccole sezioni: 20 minuti di spiegazione, 10 minuti di esercizio più attivo e così via. Inoltre non sto mai dietro la cattedra, cerco sempre di coinvolgerli uno per uno, farli interagire, perché la lezione la devono costruire loro, non per una questione romantica, ma pratica: se loro costruiscono la lezione se la ricorderanno, se invece arriva dall’alto sarà più difficile interiorizzarla. Non devono essere passivi. Soprattutto nello studio della lingua, è impensabile.

Social e video per insegnare, può funzionare anche con altre materie?

Sì. Ci sono tanti insegnanti che hanno seguito il mio esempio e hanno messo sotto il mio #ripassiamoassieme lezioni di latino, di greco, di storia, di italiano e invito tutti i colleghi a usare quell’hastag. È importante che noi docenti condividiamo le idee che ci vengono per essere più efficaci possibili. Perché il mondo della scuola e degli insegnanti non deve essere rigido. Chi ha le intuizioni giuste le deve condividere.

Cosa ne pensi degli insegnanti che considerano i social diseducativi?


Che non li frequentano e che non hanno voglia di confrontarsi. Invece bisogna conoscerli per comprenderne sia le potenzialità che i pericoli. Essere sui social significa avere una grande responsabilità, metterci la faccia. Non ci si può permettere superficialità o errori. Bisogna sempre tener presente di essere un punto di riferimento per i giovani. Quindi bisogna sempre fare attenzione a quello che si scrive, però grazie ai social si possono raggiungere tanti ragazzi e non solo per far lezione, ma anche per affrontare temi importanti come: razzismo, bullismo, omosessualità, problemi che li riguardano.

Secondo te gli adolescenti non passano troppo tempo sui social?

La questione non è che stanno troppo sui social, è che hanno un modo diverso di comunicare rispetto a noi. Però, se penso ai miei genitori, anche loro avevano un altro tipo di comunicazione.

Quindi dov’è la differenza?

Nessuna, solo che il cambiamento tra la nostra generazione e la loro è enorme e richiede la disponibilità a mettersi in discussione, cosa che purtroppo molti insegnanti non hanno voglia di fare e preferiscono criticare senza provare a far nulla. Faccio un esempio: se vedo dei ragazzini che si vogliono buttare da un ponte, cosa faccio? Vado sul ponte per fermarli. Ecco perché invito i docenti ad andare sui social e usarli come strumento educativo.

Tu hai scritto anche un libro, "Dillo al prof" (Salani). Dai social ai libri…

Esatto. I ragazzi che mi seguono sui social hanno iniziato anche a confidarsi e a raccontarmi malesseri e fragilità e per fare in modo che questi messaggi non fossero pubblici ho creato la casella di posta:  dilloalprof@sandromarenco.it. Da queste mail è poi nata l’idea di un libro, una raccolta con le storie che mi hanno coinvolto di più. Un modo per avvicinarsi al mondo dei ragazzi. E tanti genitori che hanno letto il libro mi hanno ringraziato perché finalmente hanno capito tante cose dei loro figli.

Anche in classe hai questo rapporto di dialogo aperto con i tuoi studenti?


Sì assolutamente, all’inizio della lezione c’è sempre il momento del come state “How are you?”, ma non mi accontento di un semplice “fine”. Io li guardo negli occhi per capire se c’è qualcosa che non va e lì c’è sempre un confronto. Alla fine il mio lavoro è soprattutto questo: ascoltare e comprendere i ragazzi.

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